Intervista a Franco Faggi e Giuseppe Mojoli SPECIALE GUERIN SPORTIVO LONDRA 2012
20/08/2016 data pubblicazione
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Intervista a Franco Faggi e Giuseppe Mojoli

La loro leggenda inizia sessantaquattro anni fa quando, nel 1948, la squadra italiana di canottaggio decise di partecipare alle Olimpiadi inglesi. Franco Faggi e Giuseppe Mojoli, ri- spettivamente classe 1926 e 1927, sono i nostri combattenti, i nostri eroi. Guerrieri che hanno cer- cato, riuscendoci, di annullare lo spazio e il tempo, la vecchiaia e l’artrite, rimescolando come due pre- stigiatori il mazzo di carte del fato. Sono gli stessi uomini che tra pochi giorni inizieranno un nuovo viaggio, un nuovo cammino per vedere per la se- conda volta il passaggio di quella sfera di fuoco già contemplata mezzo secolo fa.
In quegli anni l’Europa usciva devastata dalla Se- conda guerra mondiale: distruzione, fame e po- vertà: «Erano altri tempi quelli. Erano gli anni in cui si remava, ma ancora di più si lavorava per por- tare a casa un pezzo di pane. Io e Mojoli avevamo due occupazioni: entrambi lavoravamo come mec- canici nella officina Guzzi e, a giorni alterni, lui fa- ceva il contadino, mentre io ero impegnato presso l’azienda edile di mio padre. Non si viveva, ma si sopravviveva» ricorda Franco Faggi.
La guerra aveva raso al suolo qualsiasi cosa. Erano gli anni in cui parlare di “atleti professionisti” era un tabù. Non esistevano veri e propri sportivi, ma giovani uomini che cercavano di trasformare la pro- pria passione in un grande sogno. In quelle circo- stanze chi avrebbe mai avuto il coraggio di ospitare
i nuovi Giochi Olimpici? C’erano diversi problemi per riprendere il cammino interrotto nel 1936 a Ber- lino, anno in cui si disputarono per l’ultima volta le Olimpiadi. Oltre alle gravi difficoltà economiche mancavano strutture adeguate. Il momento però era propizio. La lotta tra Davide e Golia poteva dirsi conclusa, il mondo ricominciava a girare e la vita a scorrere. Dopo anni d’emergenza poteva ripartire la vita normale. E anche lo sport. Il Comitato olim- pico internazionale non perse tempo e si riorga- nizzò velocemente con un solo e unico obiettivo: infiammare nuovamente la torcia olimpica.
Già nel 1945, anno in cui si mise per iscritto la lista delle possibili località candidate a ospitare i Giochi olimpici, si pensò a Londra come la città ideale per riprendere il cammino interrotto. Da Berlino alla capitale inglese, un passaggio di consegne simbo- lico tra due mondi e due periodi storici. L’annuncio ufficiale venne dato nel febbraio del 1946 a Lo- sanna. Dopo quasi mezzo secolo la città inglese era stata scelta per ospitare, seconda volta nella storia, l’evento (il primo nel 1908). Londra, con le sue Olimpiadi, era già una fiaccola, un lume simbolo di libertà, rinascita e speranza. «Per noi giovani le Olimpiadi di Londra furono un nuovo inizio. Anche se la fame la faceva da padrona, quello che contava di più era il fatto di potere tornare ad allenarci e ri- cominciare a sognare. Volevamo riprenderci quella vita che la guerra ci aveva rubato con tanta atrocità. Tornare a remare, ma chi l’avrebbe mai detto che avremmo potuto ammirare con i nostri occhi la città inglese?» afferma la medaglia d’oro Faggi. «Vedere Londra è stato bellissimo. È stato incredibile osser- vare come gli inglesi, nonostante la criticità di que- gli anni, si fossero organizzati in modo esemplare. Ricordo che fra treno e traghetto il viaggio è durato più di 25 ore. Il cibo scarseggiava e per noi atleti era un pro- blema non da poco, ma eravamo lì per gareggiare le cosiddette “Olimpiadi della fame”». La XIV Olimpiade (XII e XIII edizione, 1940 e 1944, non eb- bero luogo a causa del conflitto mondiale) si tenne dunque a Londra dal 29 luglio al 14 agosto 1948. Parteciparono ben oltre quattromila atleti schierati in venti discipline, per un totale di oltre centotrenta competizioni. «Avevamo poco tempo per pre- pararci ai Giochi Olimpici del 1948, poco più di un mese per allenarci e tornare a casa vincitori. In quegli anni il quattro senza era la specialità degli inglesi. Se non ricordo male, hanno perso solo un paio di gare, sono sempre stati considerati i cam- pioni di questa disciplina» afferma il campione Faggi.
Il grande pubblico arrivò numeroso per assistere a questa edi- zione dei Giochi Olimpici. L’atletica contò 80.000 spettatori ogni giorno, arrivarono giornalisti da tutto il mondo e per la prima volta, a Londra, le Olimpiadi furono visibili anche in te- levisione. «Ricordo la finale al campo di regate di Henley. Il vantaggio agli avversari. Dovevamo arrivare in cima al podio e il fatto di essere lì, in finale, era già una garanzia. Sapevamo di poter tagliare per primi il traguardo. Il motivo? Se a casa la barca va bene, la vittoria è assicurata. E vi garantisco che quella canoa in Italia andava bene eccome» ribatte Giuseppe Mojoli. Nei loro occhi c’è una luce diversa quando raccontano questa sfida. Si rimane imbambolati dalla loro storia. Per un istante è come se ti trasportassero indietro nel tempo. Quel giorno, lo stesso che vide i quattro compagni diventare cam- pioni olimpici, arrivarono numerosi giornalisti della carta stampata. Sbarcarono nella capitale inglese anche i dirigenti del Coni: «Ricordo quella giornata, tutti quei giornalisti e il pubblico. Eravamo a corto di medaglie perché in quella stessa giornata ne avevamo vinte ben tre» sottolinea Franco Faggi. A distanza di più di sessant’anni i nostri campioni vedranno per la seconda volta nella vita, la loro cometa, già ammirata da giovani nel 1948. Un viaggio di sole poche ore li porterà nuovamente a Londra. Saranno spettatori, ma ancora più testimoni di questo grande evento: i Giochi Olimpici. Con un pizzico di nostalgia ricorderanno i vecchi tempi, cammine- ranno su terreni già calpestati e daranno consigli ai futuri cam- pioni. Vedranno una città diversa, percorreranno vecchie strade che sembreranno loro nuove. Ma c’è un solo luogo, un solo e unico paesaggio, che nel corso degli anni non è mai cambiato: il Tamigi. Lo stesso che li ha presi per mano e li ha condotti come aquile verso la vetta più alta della vittoria. Perché lui, il fiume, è rimasto lì, immutabile, ad attenderli per tutti questi anni.
Non cambia la meta, non cambiano i protagonisti e non cam- bia il nome della cometa. Per Franco Faggi e Giuseppe Mojoli, la Cometa avrà sempre un unico nome: Olimpiadi.

Speciale LONDRA 2012 GUERIN SPORTIVO

(chiara pagnoni)